Una volta lo si diceva del PCI.
Al partito andava bene il dissenso degli intellettuali,
quello alto, a patto che non andasse a intaccare la base.
Il dissenso nelle fabbriche non poteva entrare, lì bisognava
dare l’idea della totale unità di intenti, i dirigenti lo sapevano, se crolla
la base del partito non è possibile ripartire. C’è un motivo psicologico in
questo: l’intellettuale dissente sul modello interpretativo che una dirigenza
dà del partito, diciamo dissente sulla linea di indirizzo, l’intellettuale
analizza, scorpora il problema, al massimo salva il contenuto e butta via il
contenitore (chi ha fatto politica negli anni ’70 sa quante sono state le sigle
nate da costole del PCI: DP, IlManifesto, Lotta Continua, Sinistra operaia,
solo per citarne alcune).
Per ciò che riguarda la base il problema si fa religioso, un
partito di massa deve avere un rapporto messianico con le folle, se lo perde è
finita, se persino l’ultimo militante si permette di criticare i vertici e di
non guardarli con rispetto non si torna indietro.
Questo è quello che è successo ieri a Milano durante la
manifestazione della Lega Nord
Quello che ieri è accaduto a Milano ha tutte le
caratteristiche di un mutamento storico nei rapporti tra i vertici della Lega e
la base.
Alcune voci circolanti in via Bellerio sostenevano da giorni
che Bossi avrebbe preferito, se fosse stato possibile, cancellare la
manifestazione di Milano dopo la storia di Cosentino e il diktat antimaroniano
ma ormai la macchina era troppo in là nei preparativi e non si poteva più
fermarla.
Ieri in piazza Bossi sapeva che si stava giocando l’ultimo
atto della saga nordica di cui abbiamo parlato pochi giorni fa.
L’organizzazione è stata come al solito impeccabile,
magliette e bandiere sono state distribuite a pioggia, i cartelloni fintamente
autoprodotti contro il governo erano già pronti e sono stati innalzati non
appena la marcia è partita ma, nonostante Salvini ci abbia messo del bello e del
buono, le voci di scontento non si sono
mai veramente tacitate.
Ogni tanto passavano gruppetti di individui colorati e
folkloristici, solo che stavolta non ce l’avevano con il “terone” o con il “Negro”.
Stavolta ce l’avevano con il “Cerchio Tragico” come viene chiamato il gruppo di
familiari e accoliti che fa da cornice a Bossi, con Renzo Trota con Rosi Mauro
(la Terrona come la definiva qualcuno ieri) spiccava un cartello: “MARONI IN
PADANIA COSENTINO IN TANZANIA” e poi le bandiere dello stato africano, appena
una trentina ma abbastanza per fare incazzare parecchio i vertici del partito e
gli organizzatori dal palco.
“Per favore abbassate i cartelli” urla Salvini, ma i
cartelli non vengono abbassati finché non ci pensa il servizio d’ordine.
In piazza le cose non potevano andare peggio, il solito
spompato urlo “Padania Libera” raccolto da pochi e le parole sulla fratellanza
ritrovata non fanno alcuna breccia nei cuori leghisti che ormai sono alla
ricerca del successore del vecchio leader e lo hanno trovato. Bobo Maroni, il
duro, il ministro dell’interno, l’uomo che vuole essere cattivo con gli
immigrati, quello che non avrebbe graziato Cosentino.
La base leghista lo vuole unanimemente, non hanno perdonato il
doppio scivolone sul camorrista Cosentino e non vogliono farsi raccontare altre idiozie su
Roma Ladrona, tanto ormai non ci crede più nessuno.
Bossi è al capolinea e, tutti lo sanno, la parabola di un
leader lo porta alla fine a diventare il capro espiatorio, collettore di tutti
i malumori del popolo, è l’ultimo atto di un
capo e il primo di un rinnovamento di partito, laddove un partito è
fatto da persone ha, per così dire, un tessuto, e la lega è un partito con un tessuto umano
reale, non morirà con il suo leader come farebbero tutti gli altri partiti di
destra (e parecchi di sinistra mi riferisco a SEL e IdV).
Bossi sa di essere passato indenne da molte defezioni la più
pericolosa fu quella con il padre spirituale e ideologo del movimento lombardo,
Gianfranco Miglio, che ebbe a profetizzare: “Se non fosse stato per me tu
saresti un imbonitore di ubriaconi nelle osterie, via io la Lega si perderà nel
peggio della politica e perderà il suo spirito”, questa volta non è più in
grado di cavarsela e intorno a se ha una cerchia di individui talmente scadenti
da non poter essere nemmeno giudicati politicamente, prodotti pecorecci della
politica delle poltrone facili degli anni di Berlusconi dove la filosofia era
riempire il parlamento di imbecilli e utili idioti, gente ricattabile e
ricattata a cui era stata data un’opportunità che in nessun paese civile
avrebbe sarebbe mai potuta essere riconosciuta.
Bossi ha finito di esistere e la Lega si trova ad un bivio,
da una parte la lenta agonia e la morte dall’altra il ritorno alle origini e
quindi la fine del sogno miliardario del partito ricchissimo e dei dirigenti
nababbi (cosa che non fa mai piacere a chi di politica ci campa).
Fino ad ora la lega ha scelto di non scegliere, di non
riflettere su se stessa e di buttare la palla al di fuori del proprio
orticello, ora non può più farlo, staremo a vedere.
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