giovedì 2 febbraio 2012

LA NOIA DEL POSTO FISSO... storie di giovani lavoratori (3)


Chiara ha 29 anni, lo scorso dicembre ha terminato il suo tredicesimo contratto a progetto per una cooperativa sociale.
“Lavoro nel sostegno ai minori nelle scuole”
“Ti occupi di tanti ragazzini?”
“No, sono 3 anni che faccio sostegno agli stessi 3: una bimba con problemi cognitivi, un ragazzino iperattivo che adesso fa la prima media e un bimbo di origini pakistane che adesso è in terza elementare”
“E allora perché sei a progetto?”
“Dicono che se non dovessi più andare bene ai genitori potrebbero cambiare assistente scolastica”
“Ma come fanno a decidere se vai bene o meno?”
“Per simpatia, non hanno molti strumenti per valutare il mio lavoro, con la famiglia pakistana all’inizio è stato un problema, non capivano il mio ruolo e temevano di dovermi pagare di tasca propria, per gli altri due va bene, le famiglie mi hanno accettata, certo c’è sempre un problema”
“Quale?”
“Le famiglie si fidano più o meno di quello che dicono le maestre, se la maestra dice che io non lavoro e consiglia di fare una lettera al comune per mandarmi via loro mi cacciano in cinque minuti”
“E’ mai successo?”
“Due anni fa è successo a un mio collega, tutti sanno che la maestra del bambino che curava è un’esaurita, non ce la fa più, anche le colleghe del team lo dicono, ma è riuscita comunque a convincere i genitori e il mio collega si è trovato senza lavoro”

Mi sono dilungato a trascrivere tutto questo scambio di battute perché mi sembra la risposta più adatta alla posizione del signor Monti.
Il posto fisso è noioso!
Per una volta sono d’accordo con lui.
Che bello cambiare, conoscere gente nuova, fare mestieri sempre differenti.
Che bello sperimentare le proprie capacità.
Oggi all’università Bocconi, domani a fare il consulente per il ministero dell’economia, dopodomani a fare il presidente del consiglio, poi il consulente della trilaterale… e sempre, ma dico sempre pieno di soldi, sicuro che via da una parte ti chiameranno in cento altre e a te rimarrà solo l’imbarazzo della scelta.
È bello cambiare se sei un economista di successo, un architetto, un professore, un… non credo che lo sia per migliaia di giovani come la ragazza qui sopra che tra l’altro non arriva a 800 euro al mese di stipendio e lavora a 20 chilometri da casa (la benzina la mette lei) e che se il bambino è a casa da scuola perché malato deve tornare a casa non pagata.
Stalin diceva “un morto è una tragedia un milione di morti una statistica” le parole di Monti sono simili a queste.
La precarietà è un discorso vago, soprattutto se se ne parla come di una materia di studio.
La precarietà, come dire la geografia.
La mia generazione è stata strangolata e uccisa dalla precarietà, i contratti più assurdi vengono imposti a gente che ormai è quasi costretta a mendicare il lavoro. Contratti a somministrazione, lavoro mascherato, cottimo, contratti a progetto, co. co. co.
Nonostante questo c’è ancora qualcuno che vuole far assurgere la precarietà a modello di vita e di lavoro.
Perché? Perché sono i primi a guadagnarci sopra palate di soldi. Perché sono quelli che hanno inventato un sistema e lo trovano assolutamente vantaggioso.
Il motivo di questa degenerazione, alla quale, secondo il presidente (mai eletto da nessuno) del consiglio, dovremmo abituarci in silenzio è molto semplice e duplice.
Da una parte mantenere altissime le remunerazioni dei settori alti del mondo produttivo (i manager sono dei precari, certo, ma quando se ne vanno dalle aziende indipendentemente che le abbiano fatte crescere o portate al fallimento beccano buone uscite pari allo stipendio di una vita degli operai), dall’altra parte fiaccare la forza di massa critica delle nuove generazioni.
Le aziende guadagnano sulla precarietà, prima di tutto assumendo sempre nuove forze non sono costretti a pagare avanzamenti di carriera e scatti di anzianità, inoltre, se il piano della fornero dovesse passare pagherebbero prezzi bassissimi allo stato in termini di contributi.
Per ciò che riguarda la massa critica il ragionamento mi porta dalle parti del sindaco di Firenze
Gentaglia come Matteo Renzi, si può permettere di dichiarare che i giovani non si iscrivono al sindacato perché non si sentono rappresentati perché fa parte di quella risicata fetta di giovanotti di vaghe intenzioni riformiste uscite fuori dalla borghesia delle grandi città italiane.
I giovani non si iscrivono al sindacato perché farlo, se sei un contratto precario, aumenta le possibilità di licenziamento.
Ormai la minaccia non è più manco velata, te lo dicono proprio, lo dicono ai delegati nelle fabbriche: “Guarda che abbiamo detto ai nuovi assunti che se si iscrivono al sindacato non gli facciamo il contratto a tempo indeterminato”.
Nelle aziende dove in cui sono riuscito a stabilizzare i lavoratori, le iscrizioni al sindacato sono aumentate vertiginosamente, per il semplice motivo che la paura del padrone è scomparsa.
La cosa peggiore che possa accadere a un lavoratore è lavorare da solo.
Essere messo in un’arena dove tutti sono contro tutti e solo i più cattivi vincono, gli altri, gli inadatti se ne vanno a casa.
Questo darwinismo produttivo, impazza nelle carriere meglio remunerate, ma sta permeando anche nelle professioni più “basse”, ormai nelle banche è diventata la norma per la selezione del personale, il posto è uno solo ma si prendono tre stagisti dicendo loro che uno solo, il migliore sarà assunto e facendo capire che è una battaglia dove l’unica regola è vincere.
Se aiuti il tuo collega in difficoltà, se pensi di fermare questo gioco al massacro, ci sarà sempre un altro dei due che sarà pronto a pugnalarti.
È una macchina perfetta, solo che esclude tutti coloro che non sono capaci di giocare a questo gioco (e permette al datore di lavoro di avere tre superlavoratori per 6 mesi pagandoli niente).
Il signor Monti è uno degli artefici di questo pensiero. Diciamo ai giovani: “L’unica cosa che importa è la tua carriera se ce la fai vincerai anche il resto, altrimenti sarai fottuto per sempre”
Tra l’altro non siamo tra i marines, qui chi resta indietro viene lasciato solo, non temete.

La faccia del lavoro è cambiata negli anni, non c’è più nessuna coscienza di classe e questo agli inizi ha fatto credere a molti della mia generazione che fosse un bene.
Oggi cominciano ad arrivare i problemi. Oggi si comincia a capire che la realizzazione personale non è tutto e che in un mondo di vuoto e solitudine non abbiamo più intorno nulla.
Qui non si è precarizzato il lavoro, con la precarizzazione del lavoro si sono precarizzte le vite, gli affetti le esistenze.
Qualche anno fa un amico mi disse che vivere oggi era come stare in una bolla, dove esiste solo la propria persona e incidentalmente gli altri.
Forse il signor Monti vuole portare la precarietà a status sociale.
Farà i conti con migliaia di persone che ormai non ce la fanno più, che non vogliono essere merce di scambio al pari dei beni che producono.