sabato 22 giugno 2013

LE VIE DEL CONTROLLO DELLE IDEE... sono infinite


A volte penso all’idea che, fino a qualche anno fa avevo del concetto di dittatura.
Ero giovane e fesso, indubbiamente, ma la prima cosa che mi veniva in mente quando pensavo ai paesi totalitari era il controllo dei media e dei servizi.
Nella mia testa il controllo di cui sopra era ovviamente violento, preso con la forza.
Ci voleva, per metterlo in atto un vero e proprio colpo di stato.
Una cosa alla Grecia dei Colonnelli.
Invece no. Da un po’ di tempo continuo a pensare: “guarda come sono stato cretino” e per certi versi: “Guarda come sono stato implicitamente complice”
Ora siamo arrivati alla resa dei conti e penso che la maggior parte di noi nemmeno se ne sia accorta.
In Italia da 4 mesi non accade quasi più nulla.
La maggior parte delle persone che conosco e che fino a qualche tempo fa mi chiedevano di chiarire dei passaggi politici, di commentare provvedimenti, di fare analisi, ora come ora sono disinteressate; forse sarebbe più corretto dire che non sanno più a che cosa interessarsi.
Siamo finalmente (per loro) arrivati dal rifiuto al totale disinteresse per la politica che ci governa, a una frattura netta tra il mondo del Noi e quello del Loro, senza nemmeno più la voglia di contestarli.
Tutto questo grazie ai media di regime, perché per la prima volta tutti i padroni sono contenti e non hanno più intenzione di aizzare le la loro parte contro il nemico, contro l’altro.
Qualche residuo c’è sempre e i pesci abboccano.
Spiace dirlo ma negli ultimi tempi la gente anche solo un po’ intelligente dovrebbe aver capito che quello che sta accadendo al M5S altro non è che un linciaggio mediatico a reti unificate, e invece non sta capendo nulla.
Non mi aspetto che lo capisca l’elettore grillino medio, quello alla fine è il prodotto più avanzato del peggior modo di fare giornalismo di cui abbiamo sempre parlato.
Non parlo del militante, parlo dell’elettore, parlo di quella gigantesca fetta di italiani che sono corsi in massa nelle piazza durate il tour elettorale di Grillo per ridere un po’ col comico, che lo hanno votato come avrebbero votato il personaggio del Grande Fratello, salvo poi disinteressarsi di tutto il processo e tornare a voltargli le spalle alle elezioni successive. Lo “Tsunami tour” non è permanente, la gogna mediatici sì.
Per i giornali abituati a fare a pezzi Berlusconi da una vita, fare a pezzi Grillo e i suoi è stato semplicissimo, nessuna analisi politica, nessuna disamina della situazione, gossip della peggior specie e basta.
Scommettiamo che se mi aggiro per piazza Montecitorio con un registratore e dico di essere di Repubblica prima o poi un paio di imbecilli del PD che dicono che Letta e uno stronzo li trovo? Scommettiamo che se faccio due passi dalle parti di Palazzo Madama e dico di essere del Corriere  un paio si Senatori scaldasedie del PdL che non sanno nemmeno perché sono arrivati a Roma e dicono cialtronerie li pesco?
Lo abbiamo sempre fatto d’altra parte, le Iene ci hanno fatto una fortuna su queste scemate del senatore che non sapeva la data dell’unità d’Italia e la capitale dell’Afghanistan.
Di punto in bianco però ci siamo dimenticati di tutto questo e ci siamo lanciati sul linciaggio del grillino. L’importante era far fare loro brutta figura, l’importante era montare il caso.
Tanto loro erano così inesperti e così fragili politicamente che pure per il più mediocre dei giornalisti sarebbe stato come sparare sulla croce rossa.
I lettori di queste pagine sanno che non sono mai stato tenero con i grillini, non mi piace la loro idea di politica, la trovo vuota, inefficace e perlopiù figlia di una totale mancanza di conoscenza politica e di ragionamento.
La trovo una sorta di politica alla Savonarola ma senza alcuna ideologia di fondo da propugnare.
Assodato questo, trovo disgustoso che si voglia ridurre un movimento al silenzio perché i padroni dei giornali hanno deciso che debba essere eliminato a mezzo stampa con la calunnia e la derisione, facendo fare a dei cittadini che ci hanno creduto e che ci credono ancora la figura dei dementi.
Altro “nemico” che bisogna fare immediatamente fuori, visto che continua a non voler imparare  la regola prima della politica in Italia (comanda solo chi DEVE COMANDARE) è quel Mafioso di Antonio Ingroia.
In effetti a leggere i titoloni sui giornali che riguardano l’ormai ex magistrato, uno che non sa di che si parla potrebbe pensare che Ingoia sia un delinquente colto con le mani nel sacco.
In realtà se così fosse il nostro sarebbe stato accolto a braccia aperte nel gotha di Palazzo Chigi, non è accaduto semmai per opposte ragioni.
Non ho mai assistito, nemmeno quando a governare in Italia c’era il governo di mafia di B. & Co. a un bombardamento mediatico contra personam, a un fuoco di fila di menzogne, mezze verità, analisi che non stavano né in celo né in terra contro un singolo individuo (nemmeno contro il movimento da lui fondato, proprio contro la persona, trattato davvero in modo indegno da giornalisti che dovrebbero vergognarsi).
Contro Ingroia la “macchina del fango” ha toccato livelli paradossali, forse perché è stato, nella sua vita di magistrato l’unico a voler mettere le mani su un dossier, quello della trattativa stato mafia, che prometteva di disvelare troppo (e troppo in fretta) della risaputa collusione del nostro paese con il controstato mafioso.
Lo abbiamo scritto e lo continuiamo a dire: in Italia le mafie non sono organizzazioni criminali, i mafiosi non sono semplici criminali, la mafia è un parastato che agisce, vive e si coordina con lo stato centrale che le tollera e che fa poco o nulla per cercare di fermare questa situazione.
In Italia la lotta alle mafie si risolve nell’ecatombe di magistrati, poliziotti onesti, carabinieri onesti; di brave persone siano essi preti, sindaci, giornalisti.
Ma la mafia è sempre lì, cambia targa, cambia assi ma è sempre lì.
Se la Cosa Nostra in Sicilia è meno forte di prima non lo si deve agli sforzi dello stato, lo si deve alla capacità della ‘Ndrangheta di essere meno permeabile e maggiormente fluida.
Carlo Alberto Dalla Chiesa diceva che essere plenipotenziario per la lotta alla mafia in Sicilia si riduceva nell’essere seduto in una stanza vuota con un telefono che non suonava mai.
Non è molto cambiato.
Ingroia si presentò alle elezioni con un movimento nato tardi e troppo raffazzonato per essere un vero problema per la politica che conta, si sapeva che nella migliore delle ipotesi sarebbe arrivato ad un 5%, ma non era questo il problema, bisognava fare fuori il magistrato, il simbolo di una certa non sudditanza alla politica, prima che avesse potuto far danni al sistema.
Bisogna fare capire immediatamente che il cattivo è lui e per questo bisogna calunniare, tanto non sporgerà mai denuncia.
Bisogna coprirlo di ridicolo prima e dopo (la querelle sulla valle d’Aosta e gli stambecchi è un bell’esempio), bisogna dire che avrebbe fatto il male dell’Italia se fosse arrivato al parlamento.
Nel frattempo Angelino Alfano fa i complimenti a Letta, Brunetta si complimenta con il PD la Lega fa finta di fare la voce grossa ma è già pronta a risaltare sul carro, Sel aspetta di essere di nuovo coccolata perché alla fine l’unica cosa che interessa a certa gente è prendere un paio di sottosegretariati e magari un ministero.
Ma questo è quasi del tutto scomparso, la gente nemmeno si accorge più dei paradossi… nessuno gli mostra più alcun paradosso non si capisce di cosa dovrebbero accorgersi e si va avanti felici verso le prossime elezioni, dove, se tutto va bene, quasi tutti i buoi dispersi della sinistra saranno tornati sotto al Pd (ché ormai hanno imparato la lezione, l’Italia è il paese dove se vuoi vivere devi leccare le scarpe al padrone), fuori dai giochi della destra e della sinistra non ci sarà più nulla e tutti ma proprio tutti, faranno il gioco del padrone di sempre: le banche che sono tornate a giocare il loro ruolo di sempre.
Ovviamente qui sulla terra, nell’altro mondo, si sta sempre peggio, le fabbriche chiudono, i soldi non bastano e i diritti sono una parola del passato, ma non importa a nessuno, primi fra tutti a noi.