sabato 21 aprile 2012

DIAZ... un occasione persa per fare un buon film


Non mi capita spesso di commentare film.
Non credo di essere in grado di fare il critico e, sinceramente, da scrittore spesso giudico l’esercizio della critica un po’ fine a se stesso.
Tuttavia per quello che riguarda la visione di “Diaz, don’t clean up this blood” faccio un’eccezione.
Ci sono andato dopo parecchio tempo dall’uscita nelle sale sia per una serie di problemi logistici sia per una sorta di repulsione che mi spinge a tenermi lontano da tutto quello che viene confezionato per il grande pubblico sui fatti di Genova (mi fanno ancora troppo male).
Alla fine ce l’ho fatta e mi sono convinto ad andarci.
Sono rimasto davvero deluso e per la prima volta in molti anni mi trovo a dover sposare quasi integralmente le tesi di Vittorio Agnoletto nel suo pezzo che potete trovare a questo indirizzo http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20120411/manip2pg/01/manip2pz/320968/

Devo dire che il film mi ha tolto il sonno e sono rimasto indeciso per un bel po’, non riuscivo a capire se meritasse una recensione o meno.
Alla fine mi sono deciso per il sì, anche per che coloro che Genova l’hanno vissuta e non possono essere raccontati al grande pubblico nel solito modo all’italiana, dove se un poliziotto fa il suo dovere è un eroe ma se fa qualcosa di criminale si devono cercare le attenuanti generiche.

Poliziotti stanchi, infastiditi dalla reazione dei Black Block che li bersagliavano con sassi e bottiglie hanno calcato la mano, lo dice chiaramente nel film il primo dirigente di polizia senza nome che comanda il VII: “Io i miei non li tengo più”, come a dire, abbiamo subito troppo adesso reagiamo.
Prima di tutto sarà il caso di spiegare che il VII nucleo speciale antisommossa (il VII cavalleggeri come gli piaceva farsi chiamare in quei giorni) era un nucleo creato apposta per la situazione, comandato dal primo dirigente Vincenzo Canterini (quello che nel film non li tiene più), composto per la maggior parte da esperti nella gestione dell’ordine pubblico negli stadi, gente insomma che sa bene dove sta il vero pericolo e deve sapere discernere nella mischia tra il tifoso violento e il padre di famiglia, nella Diaz non lo hanno saputo fare, o non hanno voluto.
Oltre a questo mi avrebbe fatto piacere che in mezzo ai pestaggi ai ragazzi ci si fosse soffermati anche su quello che molti dicono: i poliziotti li costrinsero a cantare canzoni fasciste, a tenere il braccio alzato a modi saluto romano, urlando “sieg heil”.
Genova segna uno spartiacque per il movimento anticapitalista mondiale, è certo, ma anche per la polizia di stato.
Dopo Genova nessuno può più dire che la polizia si sia rinnovata dagli anni 70, il rinnovamento è stato solo di facciata, moltissimi sono ancora saldamente Fascisti sia nei vertici che nella truppa.
Secondo dato che stride: di chi è la colpa della Diaz e di Bolzaneto (par di capire)? Di un certo tizio, senza nome che arriva da Roma e che fuma un sacco di sigarette.
Si indugia parecchio su di lui all’inizio, scende da un aereo, lo stanno aspettando diverse macchine, lui con l’aria da duro e cattivo si ferma a fumare una sigaretta.
Non gli si dà un nome perché si rischia di fare male a qualcuno ma tutti i beninformati (2 o 3 per ogni visione del film) lo individueranno subito come il prefetto Arnaldo La Barbera, provvidenzialmente morto qualche tempo prima del processo d’appello e quindi buono per fare cadere su di lui tutte le colpe.
Non si vede Gianni De Gennaro, vivente e condannato né si vede l’attuale capo della polizia Antonio Manganelli, non si dice soprattutto che tutti i responsabili materiali e organizzativi dei pestaggi sono stati promossi e ora ricoprono cariche importanti nella polizia di stato.
Questo significa che hanno fatto esattamente quello che dovevano fare.
Scompaiono completamente i politici, non c’è Gianfranco Fini, presente nella sala operativa nelle ore delle cariche che precedettero la morte di Carlo Giuliani ma dato per sicuro ospite delle medesime stanze anche nei giorni successivi.
Non si vede il gran ciambellano dell’evento, il ministro degli interni Scajola, presente in ogni momento e sempre informato di quanto avvenisse nelle strade.
Non si vede Castelli, che però la notte tra il 21 e il 22 luglio era andato in visita nella caseram di Bolzaneto e aveva detto di non aver visto nulla di insolito, strano alcune testimonianze parlano di molto sangue ovunque persino nei gabinetti dove i prigionieri venivano condotti ad uno ad uno e costretti a defecare (soprattutto le donne) mentre i poliziotti della penitenziaria guardavano tutto.
Ma il ministro castelli oltre che scemo e pure ceco e sordo.
Si vede solo Berlusconi alla fine del film che fa il notissimo commento sulle bombe molotov.
Mettere Berlusconi in fondo al film come a dire, alla fine il colpevole è lui è un bell’atto di genio del regista, ormai in Italia abbiamo il nuovo Mussolini e possiamo dimenticarci che tutti i gerarchi sono tornati in buon ordine ai loro posti, alcuni tra poco andranno al governo con il PD, tanto certe cose non gliele chiederà più nessuno.

La Diaz non fu la reazione esasperata allo stress di tre giorni di caldo insopportabile e tumulti, la Diaz fu una prova.
Se tutto fosse passato sotto silenzio se ci fosse stato il plauso degli italiani alla cosa allora si poteva procedere alla pianificazione del regime.
Quando si trasforma uno stato in una dittatura si deve trovare sempre un momento di svolta cruenta, per Hitler fu l’incendio del Reichstag di Berlino, per Stalin l’omicidio di Kirov.
Se il popolo avesse detto: “Ben fatto, a Genova sono stati messi apposto dei facinorosi pericolosi e violenti, viva la polizia” poco dopo avrebbero cominciato ad entrare con le stesse motivazioni  e con gli stessi metodi nei centri sociali, nelle sedi dei partiti e nei circoli univeristari.
Non è fantapolitica e sempre stato così.
Per fortuna gli andò male, in parte perché la reazione del mondo fu indignata e in parte perché la regia della cosa fu data in mano a degli incompetenti come, appunto Castelli e Scajola.

Sono sempre stato convinto che a Genova la destra cercasse un buon numero di morti, ma non tra i manifestanti, i politici voleva che morisse qualche poliziotto.
Poter dire che si era davanti ad un attacco agli organi dello stato, poter parlare di terrorismo e di difesa del paese, fare dei martiri, e contemporaneamente ammazzare un po’ di ragazzini per fargli passare la voglia di protestare sarebbe stata la ciliegina sulla torta.
Invece a morire fu solo Carlo Giuliani.
Buttare 11000 agenti con equipaggiamento pesante in una città come Genova, comandati da dirigenti che non erano del posto e non ne conoscevano la geografia (dalle comunicazioni radio si sentono spesso gruppi  che si perdono che chiedono dove devono andare), incasinare la catena di comando togliendo le competenze alla questura di Genova per affidarle ad altri con competenze diverse da quelle dell’ordine pubblico, non pianificare la presenza di mezzi e di gruppi.
Questi non sono errori di valutazione, sono azioni deliberate per creare il caos e mettere gli agenti a contatto con i manifestanti senza che i primi sappiano che fare e senza che i secondi si aspettino una reazione violenta (moltissimi di noi di fronte a tutto il casino pensava, se alzo le mani e dico che non sono un Black block non mi meneranno mica, tanto il corteo è autorizzato).
Sono stati fregati da una cosa che un fascista non può prevedere.
A Genova c’erano poche decine di Black Block e 500mila pacifici ragazzi.
Non volevamo le guerr imperialiste, non eravamo intenzionati noi a farne una, volevamo solo dire una cosa: “Un altro mondo è possibile”.

Il film non parla di tutto questo, il film si chiude con il black block francese che dice: “Cercavano noi, è colpa nostra”. Ma i black block non sono stati colpevoli della Diaz e di Bolzaneto, al massimo sono stati colpevoli di avere spaccato vetrine e devastato strade intere.
La Diaz e Bolzaneto sono altra merce, sono merce da regime che con la violenza gratuita dei neri ha poco a che vedere.

Ci spiace per il film, un’occasione certamente persa.