sabato 21 gennaio 2012

CAPITANI DI LUNGO CORSO... come naufraga il giornalismo italiano


Uno dei miei maestri di scrittura mi diede l’insegnamento fondamentale del giornalismo una sera davanti a un Campari con bianco dalle parti della stazione centrale a Milano, mi disse: “Di quello che non sai non scrivere niente, non perché il giornalista debba sempre dire verità ma proprio perché la metà di un articolo sono impressioni, bugie e stronzate colossali, e per dire bene le stronzate uno deve conoscere bene l’argomento”.
Io di navigazione e di mare non so niente, non vado nemmeno al mare ad agosto, figuriamoci. Sono rimasto stupito nelle ultime settimane di quanto i grandi giornalisti siano tutti, incredibilmente e straordinariamente esperti di mare.
Capitani di lungo, lunghissimo corso.
La notizia: una nave è affondata a largo (parola grossa visto che la dista stanza era di 150 metri) dell’isola del Giglio, la tragedia è avvenuta perché il capitano ha dato ordine di passare troppo vicino all’isola, come d’altra parte fanno tutti, e lo scafo della nave è stato sfondato da uno scoglio.
Fine del pezzo, cordoglio per i morti, qualche valutazione, possibilmente seria sulla sicurezza della navigazione di questi giganteschi luna park galleggianti  miliardari dove masse di turisti vanno a svuotarsi le tasche, fine della scenetta, facciamo il processo, raccontiamo il processo, facciamo del nostro meglio perché cose di questo tipo non riaccadano.
E invece no, invece per una settimana e oltre si è fatto il peggior giornalismo della storia italiana, si sono ripercorsi tutti gli stereotipi da manuale che fanno la differenza tra informazione e danza macabra.
Abbiamo cominciato con l’inevitabile conta dei morti: sono tanti, no sono pochi (che significa tanti e pochi poi? Un morto è già troppo in questo caso) , ma ci sono i dispersi, menomale, così il mondo resta con il fiato sospeso (e il telecomando in mano) ancora per un po’.
Poi siamo andati all’inesorabile paragone con un’altra tragedia che per una sfortunata cabala compie cento anni proprio nel 2012, il naufragio del Titanic, manco a dirlo metà delle edizioni internet dei giornali italiani riportava la notizia e il paragone fluttuava nell’aere dell’idiozia.
La palma d’oro della banalità la vince certamente l’audiocommento di Vittorio Zucconi su Repubblica, Zucconi, che oltre ad essere il corrispondente storico da Washington di Repubblica è anche il direttore della famosa Radio Capital si sente di norma investito di una sacerdotale capacità di commentare qualunque cosa dal  gusto del gelato, alle scelte di Obama, alla posizione della terra nell’universo. Qui ha fatto del suo meglio con un commento sul mare, padre buono ma severo che colpisce la tracotanza dei mortali e li riporta a capire che sono nati sulla terra ferma e che un nulla può portarli alla rovina.
L’unico elemento che unisce la tragedia del Titanic a quella del la Concordia è che ambedue erano navi parecchio grosse.
Il Titanic era una gigantesca nave da trasporto passeggeri, un piroscafo che serviva a trasportare persone da una parte all’altra dell’atlantico settentrionale in un periodo della storia in cui gli aerei erano ancora dei prototipi, lo dico perché sarebbe il caso che qualcuno lo spiegasse alla truppa cammellata di giornalisti che ha definito il Titanic come una lussuosa nave da crociera, è vero che sul Titanic viaggiavano una incredibile quantità di personalità dell’epoca ma solo perché era il viaggio inaugurale e perché avevano da andare in America a fare i fatti loro, al tempo le crociere di divertimento non esistevano. il Titanic impattò contro un iceberg in mezzo all’atlantico, non in un braccio di mare che normalmente si fa in gommone o con le barchette da pescatori. Infine il sul Titanic persero la vita 1523 persone di cui 800 membri dell’equipaggio.
Tra l’altro, il Titanic non si schiantò contro l’iceberg perché il capitano era un fesso come il nostro ma perché il proprietario della nave non fece mai arrivare in plancia i primi 3 marconigrammi che riferivano la presenza di ghiaccio sulla rotta. Il ghiaccio si sposta, gli scogli a quello che è dato sapere no!
Quando la tiritera del Titanic (qualcuno ha citato l’Andrea Doria ma non ha funzionato la gente non conosceva) si è fatta moscia si sono fatti i soliti grandi scoop all’italiana: Esclusivo, parla la figlia di Schettino, il mio papà non è un mostro.
Prima pagina di una delle free press milanesi, la figlia ha solo 16 anni ma non sembra ovviamente un problema.
Poi, “Schettino torna a casa, il paese lo difende” tutto il paese? Ma proprio tutto? No solo quattro domande fatte al bar, ma per l’articolista de “il giornale” non fa differenza.
Alla fine arriva il grande mistero italiano, la misteriosa donna in plancia! Sarà stata lei a distrarre il comandante?
Io di navigazione ne so poco e forse pure di donne, ma non credo che le navi oggi vengano guidate da un capitano nocchiero con il timone in mano e il pappagallo alla spalla. Credo che ci siano diversi ufficiali a bordo e non credo che la signorina abbia avuto il potere di distrarre tutti e di mandare in tilt un ecoscandaglio e un sonar di profondità. Però si sa, in Italia “u pilu” tira sempre e bisogna mettercelo.
Tanto la vita del signor Schettino è rovinata per sempre, roviniamogli pure il matrimonio, se poi si spara un colpo o si impicca a una trave, meglio, allunga la notizia, c’è già il titolo “Muore Schettino, il comandate che non salì a bordo Cazzo!”.
Mi ricordo che una volta c’era un motto che descriveva l’atteggiamento del peggior giornalismo all’italiana era:  “Sbatti il mostro in prima pagina” poi accadde che tutti vollero diventare mostri pur di finire in prima pagina e la storia si smontò, ai tempi del delitto di Erba conobbi delle ragazzine che stazionavano davanti alla casa dei coniugi Bazzi solo nella speranza che qualche fotografo scattando una foto le includesse nell’inquadratura per darsi la soddisfazione di apparire in prima.
Il mostro migliore però è quello su cui non c’è dubbio, non il presunto colpevole, quello che poi ci si divide in innocentisti e colpevolisti (con la terza gustosa variante umana i Brunovespisti), il colpevole deve fungere da oggetto catartico, da capro espiatorio, perché se le navi sono sempre passate troppo vicine alle coste, se ai passeggeri è sempre andata bene così, se ai turisti dell’isola è sempre andata bene così, perché hanno fatto un sacco di foto, non importa. La colpa non è del turismo di massa che deturpa le bellezze gentili di un paese, che impedisce di godere della bellezza dell’Italia e che rende il piacere dello stare in un luogo, un pecoreccio loisir da turbo turismo con il cappellino scemo. La colpa è di Schettino, solo di Schettino, essenzialmente di Schettino.
Non si vedeva l’ora di trovare un nuovo colpevole, adesso Berlusconi non tira più. Monti è un eroe, la Fornero è un’eroina, qualunque nuovo governante è un santo, un genio o, appunto, un eroe.
Dove diavolo sono finiti i cattivi? Quelli che ti fanno vendere quel 10 – 15% in più?
Comandano le navi della Costa crociere – Carnival.
Ovvio che laddove c’è il cattivone c’è pure il grande eroe, il comandante Defalco, della guardia costiera…
“Qui comando io adesso, salga a bordo cazzo”
C’hanno fatto pure le magliette, con la famosa parolaccia italica che, un’amica a New York mi assicura essere diventata popolare pure lì dopo che è stata riproposta in mezzo mondo.
Ora siamo al capitolo nave che scivola, modellino o disegnino del fondale tirrenico con la nave che va a fondo nelle varie possibilità 1) va a fondo 2) non va a fondo 3) va a fondo ma solo un pochino.
Che noia, che amarezza, che schifo. Questo è il peggio che la nostra stampa riesce a partorire, questo è il peggio del pensiero debole di giornalisti che sono al loro posto solo perché sono gli imbrattacarte di qualcuno sia esso Berlusconi o De Benedetti, solo perché figli, amici, amanti di chicchessia.
Non si è mai richiesta moralità in questa professione, la morale è sempre dettata da un potere e serve a limitare il pensiero critico. Si richiedono però due doti a questi servi di partito, non essere banali, scontati e faciloni  e non cercare a tutti i costi di scendere al minimo comune denominatore (sempre Bruno Vespa).
Ai lettori (non ai telespettatori purtroppo) però dobbiamo fare lo sforzo di chiedere di non abbassarsi, di non rincorrere la notizia per il prurito di sapere quanti cadaveri affiorano dalle acque, quante donne stavano a bordo e a fare che.
Qui l’Italia del giornalismo si dovrebbe vergognare, come si può fare la morale a uno come Schettino altrimenti