martedì 27 novembre 2012

ILVA ATTO FINALE...


Mi ricordo una frase di Marco Paolini che riguarda le Portaerei: “C’è un’età della vita in cui quando guardi una portaerei rimani fermo, immobile con la bocca spalancata,  pieno di ammirazione, non importa se poi diventerai pacifista o antimilitarista, c’è un’età in cui tutti davanti a una portaerei fanno così”.
Perché dentro alla portaerei infondo c’è l’incredibile capacità degli uomini, quella di produrre un oggetto gigantesco, che davvero rende giustizia alla parola “enorme”, perché dentro alla portaerei c’è l’ingegno, ci sono migliaia di computer, di persone che lavorano all’unisono… la portaerei.
Io forse sono stato un bambino sfortunato ma di portaerei non ne ho mai viste.
Però ho visto le fabbriche, e anche io da bambino restavo sempre a bocca aperta a contare.
Dalle mie parti in particolare ce n’erano due, c’era la Falck di Sesto san Giovanni e c’era la raffineria di Rho – Pero.
Quando andavo in giro per la provincia milanese, da piccolo, chiedevo sempre a mio padre di passarci vicino, e contavo.
Perché mi divertiva cominciare a fare la conta quando il muro di cinta esterno della fabbrica si profilava a lato del finestrino dell'auto e di smettere di contare quando non vedevo più nemmeno un silos o una ciminiera.
La fabbrica era la mia portaerei.
Pensavo alle migliaia di operai che ci lavoravano dentro, pensavo alla tecnologia che serviva per produrre (che nella mia testa di bambino coincideva sempre con computer a lucette lampeggianti e robot).
Una volta mi capitò di passare davanti alla raffineria di Pero quando avveniva il cambio turno e la scena me la ricordo ancora, gli operai che entravano e uscivano, le macchine gli autobus.
Sono cresciuto in una parte di Italia che ha deciso di eliminare le fabbriche un attimo prima che io potessi davvero pensare di andarci a lavorare, oggi alcuni amici della FIOM mi dicono che certe immagini poetiche non ce le avrei in testa se avessi fatto 10 anni su un altoforno.
Io mi tengo comunque strette le mie immagini infantili, mi servono ancora oggi come bilancia e come metro.
Come bilancia e metro della mia società, perché se oggi passo dove prima c’era la raffineria di Rho Pero con i suoi operai, ora ci trovo un polo fieristico, un grande, immenso polo fieristico.
Il più grande d’Europa, mi assicurano.
Al posto della Falck hanno fatto un centro commerciale e per il resto ci sono un sacco di macerie e di progetti multimiliardari, quelli che hanno inguaiato Penati e soci.
Non ci sono più gli operai, quelli del secondo turno che cedevano il posto a quelli del turno di notte, non ci sono più le file ai tornelli, e tutto, ma proprio tutto, va molto peggio.

L’ultima volta che sono rimasto davvero a bocca aperta nella vita è stato quando ho visto per la prima volta lo sky line di Taranto, di notte, le luci rossastre e il fumo pesante dell’ILVA.
L’ILVA non è una fabbrica, pensai vedendola, l’ILVA è una creatura vivente, una sorta di mostro mitologico.
Vedendo la fabbrica immediatamente ti assalgono quei lampi di timori ancestrali, quelle cose che l’uomo ha ricacciato nel buio dell’inconscio.
Troppo grande, troppo misterioso, troppo altro da noi per comprenderlo a pieno.
Qualcosa di così diverso dall'umano che per lei (per la fabbrica) la vita del singolo individuo che lavora nella sua pancia è nulla.
Ieri a freddo è arrivata la notizia che l’acciaieria, la più importante del Mediterraneo, chiude la produzione, mettendo in mezzo alla strada tutti gli operai.
I badge sono stati disattivati da questa mattina.
L’ultimo atto di arroganza del mostro, l’ultimo ruggito del drago.
La fabbrica è un essere vivente.
Gli operai pure!
Non sono intenzionati a finire così, mentre scrivo tutti sono rientrati, hanno violato i cancelli, hanno disobbedito a ordini imposti da gente che non sa nemmeno cosa vuol dire sudare il proprio stipendio per mantenere una famiglia.
Perché quella dell’ILVA è, soprattutto una storia di sopruso, una storia di uomini che muoiono e di altri che se ne fottono.
Perché lo sapevano tutti che l’ILVA era davvero come il drago delle favole, che uccide con il suo respiro infuocato.
Solo che non uccide con il fuoco, uccide con il piombo, il nichel, il cromo, il cadimio, l’antimonio.
Uccide con i suoi scarichi pestilenziali, lo fa da anni.
Lo sanno tutti, e nessuno ci ha mai fatto nulla.
Poi arrivano finalmente i giudici che fanno arresti con l’accusa di disastro ecologico ambientale, che chiudono gli impianti (o meglio che ne chiedono la messa in sicurezza) perché ogni giorno grazie all’ILVA in quella zona qualcuno si ammala di cancro.
E allora entra in scena un altro mostro, meno mitologico, meno affascinante, più miserabile: il Padrone.
Il padrone è una creatura che esce dalle paure ancestrali, quelle del mostro e del drago ed entra nel campo delle paure escatologiche, quelle che riguardano gli dei.
Si, perché il padrone è quell’essere in sembianze umane, ma talmente distante dall’umane genti che si può permetterle di cancellarle tutte con un tratto di matita.
Anzi no, che può permettersi di ordinare a qualcuno di mettere un tratto di matita.
Perché, come abbiamo già scritto, il padrone moderno è un’entità davvero astratta, non si chiama più con un nome, non esiste più l’ingegner Falck o il padron Riva.
Oggi a mettere fine alla vita di una città ci pensano “i vertici aziendali”.
Chi cavolo sono i “vertici aziendali” non lo sa nessuno, si fanno un nome, Bruno Ferrante, ma poi si dice subito, lui non c’entra, lui è solo una figura commissariale.
I “vertici aziendali”, mi ricorda moltissimo il “consiglio dei dieci assenti” di fantoziana memoria, ma non ci trovo nulla da ridere.
Questo è davvero un consiglio di assenti, Taranto è la fabbrica, la sua fabbrica, ma chiderebbe la cortesia di non morire della fabbrica, chiederebbe la cortesia di non dover avere paura per i propri bambini, chiederebbe la cortesia di poter andare al cimitero a mettere i fiori sulla tomba dei morti senza prima dover pensare se sta respirando ossigeno o veleno.
La risposta di queste piccole divinità senza nome è la chiusura.
Chiudiamo e ne mettiamo 5000 a casa.
Cinquemila che? Cinquemila cartellini (pardon  badge)? Cinquemila stipendi?
Cinquemila braccia, mani, cervelli, cuori.
Cinquemila persone che sono responsabili, loro per davvero, di cinquemila famiglie.
I vertici aziendali che decidono la chiusura di un impianto sono responsabili di chi? Dei loro immateriali profitti? Dei loro dividendi? Delle loro fedine penali luride?
Ci sono stati altri sette arresti, e questo ha convinto l’aziende a chiudere, come ultima forma di ricatto allo stato.
Perché in Italia, è bene chiarirci è così che si fa, si ricatta lo stato usando come ostaggio il corpo del popolo che tanto, a forza di prender calci in culo forse manco se ne accorge più.
Questi vertici aziendali, al di là delle indagini giudiziarie, sono tutti colpevoli.
Un giudici può procedere ad un mandato di cattura solo sulla base di “incontrovertibili prove”.
Io non sono un giudice, quindi non ho bisogno di prove per dire che sono assolutamente sicuro della colpevolezza di tutti i vertici aziendali per l’avvelenamento della città.
Tutti sapevano, non potevano non sapere, tutti conoscevano, non potevano non conoscere e tutti, pur potendo, non hanno fatto nulla per anni.
Hanno deliberatamente avvelenato un territorio, molto più vasto della singola città, senza prendere alcun provvedimento, certi della loro impunità, sicuri che la portata del ricatto una volta scoperti i loro giochi, sarebbe stata talmente alta da permettergli totale sicurezza.
On ci sono giri di parole… tutti i vertici dell’ILVA sono colpevoli. A pagare, come sempre, gli operai.
Ora il ministro di Piombo, Clini, quel ministro dell’ambiente che parla a spot ormai da mese chiede tempo fino a giovedì per vedere il da farsi.
Non illudiamoci, questi sono buoni solo a reggere le calze a tutti gli imprenditori e i “vertici aziendali” possibili.
L’unica possibilità che ha Taranto è la lotta, e chi scrive è incondizionatamente dalla parte degli operai, dei lavoratori.
Perché alla fine i draghi non esistono e nemmeno gli dei, se è per quello.