giovedì 10 febbraio 2011

EGITTO... qualche minuto dopo


Momenti concitati… tutti noi che facciamo giornalismo vorremmo nella vita trovarci in una situazione del genere e avere il privilegio storico di poterla raccontare.
Piazza Tahrir è appena esplosa… la piazza chiede all’esercito di unirsi alla rivolta… mi viene detto che oggi alcuni alti ufficiali hanno simbolicamente consegnato le armi ai manifestanti…

Perché la parola dimissioni non si è mai affacciata nel discorso di Mubarak… le uniche parole sono di ricatto: “Andatevene a casa, io non mi dimetto, rimango fino alle elezioni”.

In Egitto elezioni significa: il presidente e il suo partito attraverso un parlamento in cui ha la maggioranza assoluta accetta o meno la candidatura dei partiti in lista e tutti, eccezion fatta per alcune liste civetta filogovernative, vengono fatti fuori.

Per l’ONU non si tratta di elezioni truccate, di fatto l’opposizione è stata fatta fuori prima del loro inizio.

Piazza Tahrir è l’esempio di come un popolo non si ferma, non si arrende… i blogger e i tweet che mi arrivano dicono che la piazza urla: “Subito al parlamento, diamo l’assalto al parlamento”.

Tra poco parlerà Suleihman ma non è detto che sia un discorso decisivo.
Oggi si gioca la storia… non solo la storia dell’Egitto ma anche quella dell’intero pianeta: la storia dell’America che ha dimostrato di non essere più in grado di mantenere la sua forza in uno scacchiere delicatissimo che porta con se la sicurezza di uno stato chiave come Israele.
Qui si gioca il potere di un continente come l’Europa: che non ha saputo essere di supporto alla democrazia e nemmeno ha saputo organizzare un’idea di rivolta.
Qui si gioca il potere del mondo musulmano: che deve dire ora e subito se si sente ancora subalterno al modo di produzione capitalista americano o se ha davvero voglia di emanciparsi attraverso le sue leggi e i suoi legittimi governanti.

Ma qui soprattutto si giocheranno le parole di uno dei miei ragazzi, che mi spiegava come in Egitto si può dover lavorare un mese per un chilo di carne fresca mentre pochi chilometri più in là, gente che vive di turismo, delinquenti patentati che hanno convertito il loro servigi ai tour operator, campano nell’oro.
Qui si gioca il destino di Ahmed che mi racconta sempre di come si è fatto quella cicatrice, quando ha provato ad entrare in un percorso organizzato per turisti italiani per vendere profumi… a lui è andata bene aveva solo sette anni, gli anno rotto solo il naso e gli hanno spaccato la testa, suo fratello meno fortunato nella testa ci ha preso una pallottola, perché nell’Egitto del turismo se sei un ragazzo di dodici anni sei un uomo, e gli uomini muoiono, come nei film western di Sergio Leone, solo che magari cinque minuti prima ci stava passando uno di voi per quella stradina dove Mubarak ha deciso che due bambini devono morire per il bene del PIL egiziano. .

Da domani si spenderanno chili di inchiostro e io farò la mia parte… ma oggi è giusto fermarsi qui.
Piazza Tahrir urla la sua rabbia e la sua angoscia…

E noi, cosa sappiamo urlare, vicini e lontani da quei giovani, da quelle istanze da quegli slanci?