giovedì 14 luglio 2011

SAVERIO ROMANO... salti di qualità mafiosa



In questi giorni di afa e crisi, di macello sociale e frustate alle famiglie c’è sempre una notizia che rischia in qualche modo di non avere il giusto rilievo.
In effetti ormai ci siamo abituati e scrivere sull’ennesimo delinquente che, standosene tranquillo sui banchi del governo, sfancula l’ordine giudiziario e il buon senso, ci sembra ormai un puro esercizio di stile.
Ovviamente non è così.
Anche perché la notizia che l’attuale ministro dell’Agricoltura Francesco Saverio Romano sia formalmente imputato per concorso esterno in associazione mafiosa non è una notizia da poco e parla di quanto ormai la connivenza tra stato e mafia sia diventata un meccanismo organico della nostra classe dirigente e politica.
Saverio Romano, infatti, non avrebbe mai dovuto diventare ministro ma nemmeno parlamentare anche solo ad un’occhiata superficiale del suo curriculum.
La prima volta che il suo nome sale alla ribalta delle cronache giudiziarie fu nei primi anni novanta quando venne pizzicato mentre girava di capomafia in capomafia per permettere al fraterno amico e compagno di partito Totò Cuffaro (attualmente in carcere per scontare la condanna per favoreggiamento di associazione mafiosa) di entrare nel gotha della politica siciliana.
Le cronache raccontano soprattutto dell'incontro tra Cuffaro in persona, Romano (che avrebbe organizzato l'appuntamento) e Angelo Siino, soprannominato "il ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra" per le elezioni del 1991
Da qui per il ragazzo di Belmonte Mazzagno è tutto un crescendo, cresciuto alla corte di Calogero Mannino anche lui sogna di entrare nel giro che conta.
La Cassazione ricorda che Calogero Mannino, l'ex dc ministro dell'Agricoltura, leader di riferimento per Cuffaro, "aveva rimproverato aspramente il Cuffaro per essersi recato dall'associato mafioso Angelo Siino per chiedergli sostegno elettorale". Già prima di quell'incontro lo stesso Franco Bruno - ricorda la Cassazione - aveva "fortemente sconsigliato" Cuffaro di far visita a Siino spiegandogli "quale fosse il ruolo e la dimensione criminale di costui"(il giornale di sicilia 19-04-2011)
Prima segue l’amico Cuffaro nell’UDC che in quegli (questi?) anni è uno dei due collettori di voti mafiosi nelle regioni del sud poi ne segue le mosse come un’ombra fino al giorno dell’arresto.
Sarà proprio Romano che, in segno di stima e amicizia mafiosa, accompagnerà l’amico Totò alla caserma dei carabinieri dove verrà registrato il suo arresto.
Le intercettazioni di quel periodo ci riportano anche la magnifica telefonata del boss Guttadauro che chiede con forza di poter incontrare Romano per “discutere situazioni di politica”.
Il pentito di mafia Francesco Campanella (quello che era vicinissimo a Provenzano durante gli ultimi anni della latitanza) accusa Romano addirittura di essere affiliato alla cosca di Bagheria
In effetti Romano è il tipico esempio della zona grigia che sta tra politica e mafia e anche il simbolo di come questa zona sia via via cambiata.
È il tipico politico di seconda linea, quello che fa le cose per il politico che conta, quello che si sporca le mani per lasciare pulito il capo.
È lui che si spende per rassicurare i vari capi clan sullo stato delle promesse fatte in campagna elettorale, è lui che fa i conti dei voti con i vari boss di paese, è lui che si spende per dare quella visibilità di cui i mafiosi hanno bisogno per apparire persone perbene.
Questi politici ci sono sempre stati, sin dai tempi della DC mafiosa del “del sacco di Palermo”. Sin dai tempi di Vito Ciancimino e dei governi che negavano l’esistenza delle mafie.
Ma ora le cose sono cambiate, ora, Romano diventa un Simbolo.
Il simbolo di quello che deve fare una classe dirigente senza più alcuna legittimazione politica e civile per tirare avanti.
Infatti il momento d’oro di romano, che da sempre nutriva velleità di governo si presenta con la creazione del gruppo dei “Responsabili”, nel quale il nostro accorre immediatamente.

Il giorno prima della sua nomina Napolitano cercò di fermare l’ormai moribondo Berlusconi che sarebbe stato disposto a dare perfino il ministero della salute al mostro di Rostov se questo sarebbe servito a salvarlo.
Berlusconi inscenò allora un indimenticabile teatrino che in uno stato normale sarebbe stato da solo sufficiente a farlo defenestrare da governo e parlamento.
L’uomo del “Ghe pensi Mi” si presentò al colle e garantì personalmente per il suo nuovo Ministro, appena entrato in squadra insieme ai responsabili.
Presidente, mi assumo io la responsabilità politica della proposta: questa nomina è necessaria per l'equilibrio e la stabilità del governo"
E inoltre di fronte ai giornalisti definì la candidatura di Romano come essenziale e vitale per il suo governicchio: "Senza la nomina di Romano non posso escludere una crisi di governo"

Ci sarebbero da chiedersi almeno due cose.
La prima è se la nomina di Romano fosse per caso essenziale alla luce dei rapporti non più idilliaci con i Boss siciliani e calabresi con il PdL e con i partiti di destra nel sud, la seconda è quanta parte del cosiddetto gruppo dei Responsabili sia in odore di Mafia.
La realtà è che negli ultimi anni questo governo ha garantito alle mafie più di uno spazio vitale.
Ho sempre trovato ridicolo l’atteggiamento di Maroni che ad ogni arresto che, tra mille difficoltà la divisione distrettuale antimafia i carabinieri del ROS e la procura mettono in atto, sbandiera il vessillo dell’impegno senza precedenti del Governo nella lotta alla criminalità organizzata.
Da queste pagine abbiamo sempre seguito le vicende della mafia al nord, dal piccolo sequestro di case nei paeselli dell’hinterland ai gravissimi fatti di sangue che sempre più spesso si susseguono tra Milano e Varese.
La Lega ha sempre negato l’esistenza di una struttura mafiosa organizzata in Lombardia.
A sud i partiti di governo sono saldamente guidati da uomini vicini alle cosche (ricordiamo che Romano è stato segretario Regionale dell’UDC in Sicilia).
La realtà è che l’idea stessa di capitalismo di governo che sta nella testa dei Liberisti berlusconiani include la mafia tra i suoi partner privilegiati e sappiamo benissimo che la mafia non è né di destra né di sinistra: la mafia è di potere, ovunque c’è potere c’è mafia.
Lo Stato ha il compito di impedire la saldatura tra potere e mafia.
Uno Stato come quello del Piccolo Padre di Arcore non può assolvere nemmeno lontanamente questo ruolo, perché sin dai suoi primi passi come imprenditore B. conosceva la massimo d’oro della finanza: “I soldi non sono puliti e non sono sporchi: sono solo soldi” e bisogna fare soldi con coloro che te li fanno fare prima e meglio.
È il principio su cui si basa il liberismo economico da Adam Smith in poi.
Sta a noi cercare di capire se conviene o non conviene… sempre ammesso che ormai, alle masse, importi ancora qualcosa.