mercoledì 10 novembre 2010

IL BEL PAESE... SOTT'ACQUA


“L’Italia è un paese povero di materie prime ma ricco di fonti energetiche come il sole e l’acqua”, questo è l’incipit del primo capitolo del mio sussidiario di 4° elementare.
L’unico vero mezzo di unità che in Italia si sia mai adottato: il sussidiario.

Quando questa mattina ho letto che il Sele e tutta una serie di torrenti nell’agro salernitano hanno rotto gli argini provocando 300 sfollati (che si aggiungono ai 3000 veneti, e a tutti quelli che hanno dovuto abbandonare le case nella zona della Versilia e del ponente ligure), coltivazioni distrutte, animali morti a migliaia e sono andato in cantina a ritirarlo fuori dallo scatolone dei ricordi delle scuole elementari.

Oggi forse un accurato estensore dovrebbe scrivere come incipit: “l’Italia è un Paese povero di materie prime ma ricco di dissesto idrogeologico”.

In realtà tutto è avvenuto per un motivo molto semplice. Il bene più prezioso della nostra bella patria non è l’ingegno come volevano i patrioti, e nemmeno le fonti rinnovabili, o le donne dell’harem di Berlusconi.
Da nord a sud il bene più prezioso d’Italia è il calcestruzzo.

Leggo dal Corriere della Sera che alcuni a Vicenza lamentano che l’invaso più capiente per il contenimento delle acque reflue di piena non è servito questa volta per il semplice motivo che dentro ci hanno costruito l’ampliamento della base Dal Molin. Non dubito che, una volta arrivati i soldi dal ministero (che prima o poi arriveranno, quasi sicuramente sotto elezioni), si costruiranno nuove vasche e nuovi invasi, probabilmente espropriando il terreno di qualche contadino che potrà sbraitare finché vuole ma tanto non lo sente nessuno.

Il primo problema d’Italia che sta sotto gli occhi di tutti e che nessuno vuole vedere, è il consumo di suolo. Qualche anno fa mi trovai a spiegare a un gruppo di ragazzi della zona di Milano che un territorio dove non si è costruito nulla non è “inutile”, e mi stupivo del fatto che questa semplice constatazione fosse loro ignota.
Sono stato contento di aver trovato lo stesso esempio che feci loro l’altro giorno su un giornale: “Se si versa acqua in un vaso da fiori, per quanta sia l’acqua la terra la drena e la fa scivolare via, se la si versa su un tavolo di marmo, l’acqua resta lì”

Girare l’Italia a nord a sud significa più o meno vedere il risultato di questo piccolo esempio.
Milano zona Loreto: 305 parcheggi (poi diventati 322) sotterranei non possono essere consegnati in tempo ai cittadini, che hanno speso 18 o 22.000 euro per ogni parcheggio.
Perché? Semplice i parcheggi si allagano. La falda acquifera di Milano sta proprio lì sotto e come sempre d’inverno si alza troppo (anche perché negli anni si è diminuito il consumo industriale delle acque) portandosi dietro un sacco di disservizi, lo sapevano tutti, succeda da 20 anni, ma hanno costruito lo stesso.

Roma: la protezione civile decide di costruire la propria nuova sede centrale in un’area dichiarata 1 (altamente a rischio) nel caso di esondazione dei fiumi Tevere e Aniene. In parole povere se dovesse esserci un’alluvione a Roma il primo edificio a finire sott’acqua sarebbe la sede della protezione civile. In più la città si sta espandendo nei terreni dell’agro romano che per millenni sono stati la cornice naturale dell’Urbe. In caso di alluvioni i fiumi ora troveranno i nuovi quartieri di Roma da allagare e non più la placida campagna della capitale.

Veneto: tutto ormai è un susseguirsi continuo di case, capannoni, show room, capannoni, case… il consumo di suolo in Veneto lo si percepisce su qualunque statale ma nessuno vuole ammettere che esista, se lo chiedi ai sindaci delle città ti dicono che c’è ancora tanta di quella campagna che ci si può perdere. Intanto però l’aeroporto di Treviso è costruito proprio sulla falda acquifera di Quinto.

Marche: qui lo spreco di suolo si fa paradossale, visto che ormai la costa è una sola lingua di cemento fatta di palazzoni, alberghi e residence turistici che vista dall’alto sembra la periferia di Bucarest ai tempi di Ceauşescu, i costruttori decidono di fare il grande passo, invadere l’entroterra di graziosi agglomerati urbani dal fantasioso nome di “Vita verde” “Azzurra quiete”. Neoquartieri fatti sventrando colline e cementificando decine di ettari di campagna… con l’aggravante dell’ecosestenibilità (intere colline coperte di cemento).
Con il risultato che alla prima pioggia le colline fatte di argilla franano letteralmente sulle strade e nelle case rendendo alcune strade di valle impraticabili.
Questo è l’esempio del costruire per costruire. Si distrugge un territorio ma nessuno è interessato ad acquistare case che sono ubicate in luoghi lontani dai servizi e spesso paesaggisticamente nemmeno esaltanti. Ma i costruttori pensano che intanto si comincia a costruire violando un costume e distruggendo una situazione poi si vedrà.
Intanto gli stranieri, che sono più furbi, comprano le vecchie case rurali e le ristrutturano vendendole poi a peso d’oro e rendendo il mercato ancora più incasinato.

Puglia: Se si gira per la Puglia con un minimo di spirito critico vien voglia di piangere, l’abuso edilizio è praticamente ovunque, interi paesi sono completamente abusivi, le “case a mare” vengono costruite spesso su terreni agricoli aspettando la sanatoria che poi spesso manco si adempie, che tanto nessuno se ne accorge.
Nel Salento ho visto costruzioni costruite addirittura sulla spiaggia con tutto quello che consegue nel momento in cui ci dovessero essere problemi di alluvione.
Molte case, essendo abusive e non avendo alcun allacciamento alla fogna scaricano i loro detriti direttamente in mare….

Si potrebbe andare avanti per ore fino a scriverci un libro (che tra l’altro esiste gia), ma sarebbe inutile.
Perché nessuno spiega alla gente che per abitare non è necessario ricostruire è molto più semplice e meno dispendioso riqualificare.
A Milano interi quartieri si spopolano, decine di case popolari sono vuote o abitate abusivamente perché il comune non le assegna, ma vengono costruite nuove case ovunque ci sia un praticello da scavare. E dire che a ristrutturare una casa si spende fino al 60% in meno che a costruirne di nuove, ma l’edilizia convenzionala è una manna per i costruttori e nessuno parla, anche perché se lo si fa si rischiano di perdere le elezioni.

Oltre al danno ambientale ci sarebbe poi da considerare il danno patrimoniale, perché sono pochissimi i costruttori che costruiscono vicino ad un fiume e pensano anche ad alzare gli argini del medesimo (se non c’è obbligo da parte del comune), così alla prima piena invernale il fiume non allaga più i campi arati bensì i nuovi palazzi dotati di ogni confort e di lì a poco sarà il comune (con le nostre tasse) a dover rimettere in ordine e ad alzare gli argini del fiume che andrà semplicemente a fare danni pochi chilometri più a valle e a portare una bella serie di casini perché qualunque idraulico ti sa dire che l’acqua incanalata in modo forzato aumenta la sua velocità, quando quindi straripa non crea allagamenti ma vere e proprie catastrofi ambientali.