lunedì 8 novembre 2010

QUATTO PASSI NEL TERRORE DI PROVINCIA


“Lei forse non lo sa ma mio figlio che è in politica me lo ha spiegato bene” mi dice la signora in fila dal dottore.
“Noi paghiamo le tasse e lo stato da agli zingari 1000 euro a testa al giorno”
Sorrido, lancio un’occhiata d’intesa alla ragazza che sta di fronte a me ad ascoltare la vecchia signora in fila dal medico come me e lei.
Ma la ragazza non ricambia l’occhiata e, anzi rincara la dose con la signora: “Si e poi stuprano e rapinano, e poi stanno qui in Italia e fanno la mafia”.
A questo punto è la signora che ha parlato per prima a correggere la ragazza: “Bhe no sa, la mafia, almeno quella, l’hanno inventata i terroni”.
La sala d’aspetto è piena, ci saranno almeno 15 persone, nessuno si sente di dissentire alle frasi delle due donne, forse perché non avrebbe senso o forse perché tutti, chi più chi meno condividono almeno una parte del discorso.

Anche questa è la Lombardia, quella dell’interland milanese, quella fatta a mano tra il 1950 e il 1970 da immigrati di ogni tipo, e adesso, quella tenuta insieme con lo sputo da un’economia che traballa per tutti.

L’immediata provincia milanese, quella della cintura esterna della metropoli, è lo specchio di tutto quello che non va più nel nostro paese, ma è anche lo specchio dell’angoscia della società moderna.

La provincia che va da Rho a Paderno, da Nerviano ad Arluno a San Giuliano a Peschiera Borromeo e che tutta insieme è grossa una volta e mezzo la metropoli, fatta di paesi e città che si susseguono senza soluzione di continuità, dove spesso la linea di confine è tracciata sull’ultimo campo coltivato tra una fila di palazzi e l'altra, che pare una no men’s land lasciata come monito a chi crede che si possa ancora soffocare di cemento la zona.
Negli anni qui sono stati scaricati tutti i problemi che Milano nella sua lungimiranza aveva deciso di non trattare.
Case popolari costruite per ospitare i mafiosi in domicilio coatto, campi nomadi messi proprio sulla linea di confine tra la Città e l’hinterland, e tanto abbandono culturale.
Questa era, negli anni settanta la cintura più rossa di Milano, socialisti e comunisti avevano spesso la maggioranza assoluta e ora è dominata dalle pulsioni leghiste e dalla paura.

Oggi fare due passi per i corridoi dei sindacati è anche fare i conti con le aziende che chiudono o che mettono metà delle maestranze in cassa integrazione, e parlare con la gente spesso significa discutere sui problemi dei figli disoccupati nonostante la laurea o di gente che spera di riuscire a pagare la prossima rata di affitto o mutuo perché senza preavviso ha perso il posto.

Non sono meravigliato dalle parole della signora che crede che ogni rom guadagni 365000 euro all’anno e ciononostante viva ancora in una roulotte e nemmeno da quelle della ragazza che non sa nemmeno che cosa sia la mafia.

La paura per il prossimo è il metodo che si usa normalmente per esorcizzare la paura per il proprio futuro, dare un volto e un nome all’ansia per cosa accadrà domani serve a circoscriverla nel tempo e nello spazio e, in fondo, a creare false aspettative con un orizzonte determinato: “Staremmo tutti meglio se non ci fossero LORO…”

La paura è un potentissimo mezzo di consenso globale, e la classe dirigente italiana ha capito perfettamente come impacchettarla e consegnarla alla gente.
Anni fa seguii personalmente la storia di Opera, piccolo paese dell’interland dove la Lega orchestrò il primo grande Pogrom italiano del XXI secolo con tanto di molotov lanciate nel campo nomadi e insulti e minacce ai volontari e operatori Caritas che andavano a fare il loro lavoro all’interno del campo… alla fine i nomadi se ne andarono nella notte, scortati dalla polizia: “Ho paura per i miei bambini, questi non sono più esseri umani, magari domani me li ammazzano” mi disse allora uno dei residenti nel campo (tra l’altro autorizzato proprio dal comune, dalla provincia, dalla regione, e dalla questura).
Il Pogrom non servì a rendere Opera un paese migliore, anzi, molti lo stigmatizzarono come l’esempio di come non si convive con il diverso e il prossimo.
Servì alla carriera del capopopolo (un oscuro consigliere comunale leghista ora è sindaco)

Resta da capire se ora, quelli che l'anno gonfiata per anni e che ci hanno guadagnato cariche e soldi, siano in grado di gestire tutta questa paura e frustrazione, si perché, alla fine, la signora anziana dal medico riesce finalmente a stupirmi e terrorizzarmi: “Perché mio figlio ha ragione sa… la Lega è un partito come tutti gli altri, una volta su cos’ ha fatto per divederci da quella gente lì?”
Domando allora, con un po’ di apprensione, a che partito appartiene questo fantomatico figlio luce degli occhi di mamma sua: “Forza Nuova!” risponde senza alcun timore “Anzi se le interessa le dico come si chiama e dove lo può trovare che sono già in tanti da queste parti e vogliono aprire un circolo o non so bene cosa”